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coloro che ricercano la leadership stanno in realtà cercando di risolvere problemi personali che proiettano all’esterno

Gli individui che arrivano a ricoprire posizioni di leadership stanno in realtà cercando di risolvere problemi personali che proiettano all’esterno. I problemi concreti di cui si dovrebbero occupare sono impensabili per loro.

 

…non solo  …

guardiamoci attentamente intorno, nell’attualità della nostra politica…

 

Mentre I comuni mortali hanno “progetti”, i leader hanno “sogni” e “visioni”. Senza sogni la storia non cammina, ma anche nei sogni occorre una misura se si vuole evitare un risveglio da incubo!
Umberto Galimberti.

e noi…

Quanto riusciamo a distinguere nei leader, politici e non, passati, presenti e…futuri il Dr.Leader oppure il Mr. Hide?

uniformismo

 

 

Alla ricerca del dr. Jekill

Il Leader (dall’inglese to lead, guidare) è un capo, uno che dirige o in qualche modo primeggia in un gruppo, grande o piccolo che sia. Leadership (derivato dall’aggiunta del suffisso ship, che indica funzione, ufficio) è la “condizione” del leader.
Coloro che sono o vogliono essere “in carriera” e che, per diventare leaders, si sacrificano e lavorano massicciamente in imprese e aziende grandi e piccole, in politica, nello spettacolo, nella moda, et cetera, hanno, dunque, come motore del loro agire il desiderio di primeggiare e ambiscono a gradi di potere e di successo sempre più soddisfacenti rispetto a quelli posseduti attualmente.

Gli aspiranti alla leadership, come gli stessi leader (come potete osservare – dai risultati che conseguono – ogni giorno sui giornali , telegiornali e trasmissioni di satira) per conseguire l’oggetto del loro desiderio, seguono, corsi di formazione, aziendali o privatamente, studiano ProgrammazioneNeuroLinguistica, “time management” e “coaching”, si iscrivono a stages per il raggiungimento dell’eccellenza, vanno a lezione di strategie, seguono percorsi orientali come lo zen, il tai chi chuan, lo yoga, e altro ancora.

Ma, come sostiene Gian Piero Quaglino, “ogni modello di leadership che trascuri la dimensione inconsapevole, presente ed attiva tra leader e collaboratori, è in realtà insoddisfacente. In altri termini, se prima non conosciamo bene noi stessi e le pulsioni più profonde che ci muovono, sarà ben difficile affrontare in modo “ecologico” un percorso di leadership; ecologico nel senso del rispetto verso se stessi, dei collaboratori e dell’ambiente, sotto tutti gli aspetti.

Circondarsi di guru se si è al potere, seguire corsi e leggere manuali sulla leadership, pertanto, anche se offre strumenti validi per entrare maggiormente in contatto con le problematiche tipiche della materia, non consente tuttavia una piena integrazione delle pulsioni e spinte più profonde ed interiori che muovono l’individuo. Per compiere un cammino consapevole, ci si deve, prima, rendere pienamente conto che “. Questa, almeno, è la tesi di un esperto: Kets de Vries, con il quale concordano Galimberti e Quaglino. Prima ancora di “studiare la leadership”, l’aspirante leader, avrebbe necessità, dunque, di perseguire un grande traguardo esistenziale: conoscere se stesso, come uomo o donna! Essere, cioè, un individuo consapevole di avere, in quanto essere umano, altre parti della personalità con cui “fare i conti”, e tra esse il famoso lato oscuro, inferiore ed indifferenziato, che C.G.Jung chiama “ombra”. L’ombra rappresenta – rispetto all’io cosciente – un polo energetico opposto ma continuamente presente e complementare.

Così, l’aspirante leader, per arrivare a questa consapevolezza, ha bisogno di imparare a conoscere le modalità con cui lavora dentro di lui “quella necessità” di comparire, di presenziare, di partecipare, di farsi vedere e riscuotere consenso; bisogno, che ha radici profonde e che, se non soddisfatto, genera un grande senso di frustrazione e mancanza di identità! Promuovere, pertanto, la conoscenza di se stesso e delle proprie “patologie” è fortemente prodromico rispetto al lanciarsi nella corsa verso la comprensione dei principi generali della leadership insegnati dalle varie scuole occidentali e orientali; infatti, come afferma Umberto Galimberti, per essere seria e non velleitaria, la ricerca del potere deve avere quel tanto di patologico che è tipico di tutte le funzioni compensatorie che risolvono fuori di noi i conflitti che non siamo riusciti a comporre dentro di noi. Non sarebbe difficile persino scoprire, dopo un’accurata ricerca su noi stessi, che possono essere altre, le cose che realmente interessano il nostro destino!

Opera di Jean-Baptiste Mondino

Opera di Jean-Baptiste Mondino

A caccia di Mr. Hide

Chi aspira a diventare, in modo ecologico, un leader è bene, quindi, che impari a conoscere le sue parti nascoste, le sue parti ombra, il proprio Mr. Hide! Quando si afferma “in modo ecologico”, si vuole, naturalmente, escludere coloro che amano diventare leader in campi come quello della criminalità o cose simili! Queste cose le aveva intuite bene anche Robert Louis Stevenson, quando scrisse “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hide” nel quale è descritto, splendidamente, in modo metaforico, il rapporto con la nostra parte più nascosta (to hide, in inglese, significa appunto nascondere). Il racconto ci fa riflettere sul fatto che, se la nostra parte ombra viene rifiutata, separata da noi e proiettata all’esterno, essa ci prende naturalmente la mano senza che ce ne rendiamo conto e senza possibilità di controllo da parte nostra (anche se abbiamo ben studiato tutti i principi della leadership!); solo quando la conosciamo e la gestiamo possiamo infine controllarla e, addirittura, utilizzarne l’enorme energia che sprigiona.

cappucino

Ma cosa vuol dire cercare di conoscere il proprio mr. o la propria mrs Hide? Vuol dire adottare un atteggiamento di base molto orientale, quello che gli antichi cinesi definiscono con l’espressione “coltivare gli opposti”. Si deve, in altri termini, dare la giusta importanza ad una legge universale: quella della polarità e dell’eterno gioco tra visibile e invisibile.

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Per approfondire sul lato orientale:

Un mondo di opposti I Ching

La vita è movimento e ritmo che scorre sempre tra due polarità. E, per raggiungerne una, bisogna passare dall’altra, quella che spesso piace meno: la rosa più profumata diventa tale con il letame più puzzolente, il lanciatore del peso indietreggia per scagliarlo più lontano possibile; ciascuno dei due emisferi cerebrali presiede alla parte opposta del corpo; quante volte ci è stato ripetuto che per ricevere bisogna dare? Jung diceva che per far toccare il cielo alle foglie del nostro proprio albero, è necessario farne sprofondare le radici fino all’inferno.

Una saggezza completa della bipolarità era pure peculiare dell’antica Cina (yin/yang) e dell’antica India (maschile/femminile) e i sapienti di quei popoli, nella loro visione olistica, la praticavano essendo consapevoli dell’unicità di ogni cosa e che tutto vive attraverso il ritmo e il mutamento continuo dei poli antagonisti. Ma anche Eraclito, occidentale, conosceva benissimo questa “enantiodromia” la corsa incessante della trasformazione dei due poli l’uno nell’altro.

Non voler entrare in un confronto continuo e serrato con le polarità per comprenderle e superarle allo scopo di scorgere l’unità del tutto è molto pericoloso, nella concezione olistica dell’esistenza, perché non ci fa crescere. Questo è anche il senso dell’Enigma della Sfinge, che solo Edipo riuscì a risolvere e che prevedeva la morte per le persone che non ne trovavano la soluzione. All’epoca del liceo, nessuno ci ha insegnato il vero significato esoterico di questo mito greco e così noi ci siamo chiesti il perché della sproporzione tra un tale quesito e la pena comminata a chi sbagliava (chi non lo risolveva, infatti, doveva essere ucciso). Ci hanno sempre fatto fermare al significato essoterico, quello esteriore! Invece, il mito della Sfinge e di Edipo intende spiegare che ogni individuo ha il dovere di conoscere, pena la morte, quali sono le principali tappe del cammino umano: alla nascita (mattino), confrontarsi con la materia, la terra (il numero quattro); durante la maturità (a mezzogiorno) comprendere la legge della polarità e degli opposti complementari (il numero due); nella vecchiaia (la sera) perfezionare e superare le polarità per arrivare all’unità (il numero tre).

La saggezza de I Ching

Chi conosce e consulta l’I Ching, Yi Jing – il Libro dei Mutamenti, sa bene che l’interazione continua tra queste due polarità, dentro e fuori di noi, è fondamentale per le cose della vita; quando, dopo il lancio delle monetine, formiamo l’esagramma di risposta dobbiamo considerare, oltre alle prime sei, anche altre sei linee invisibili, quelle dell’esagramma opposto. Ciò ci consente di esaminare la situazione che ci occupa in tutta la sua estensione, la quale si gioca sempre tra due polarità, tra visibile ed invisibile. Questo antico testo di saggezza cinese viene, a più riprese, citato da Giampiero Quaglino, quando parla della motivazione nelle organizzazioni: “… diamo un’occhiata all’I-Ching: al Libro dei Mutamenti o Libro della Versatilità (appunto). Lì la parola motivazione (parola che deriva da “mettere in moto”) è al centro di una pluralità di significati che l’ideogramma associato contiene: sentimenti, desideri, passioni, vera natura, cuore e verde, ciò che germina nel cuore. E l’ideogramma, a sua volta, è contenuto in quattro dei sessantaquattro esagrammi: nel congiungere (31), nel perseverare (32), nel vigore del grande (34), nel conglomerare (45)”.

Certamente l’I Ching è uno tra gli strumenti che offrono molte possibilità di contattare le parti più nascoste della situazione, per la quale lo si consulta; la raccolta e la classificazione di tante sue risposte, nel medio lungo periodo, possono offrire notevoli spunti di riflessione sui nostri lati più problematici. Poiché, comunque, contattare l’ombra non è il frutto di qualche sporadico approccio ma è un vero e proprio processo, è importante allora, per chi si accinge al compito, che il dr. Leader cerchi di pianificare il lavoro da svolgere con il mr Hide, tenendolo sempre sotto stretta sorveglianza.

 

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