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Yi Jing e comunismo cinese: Mao l’ha spiegato.

 

 

La Cina riscopre l’importanza del Taoismo per farlo correre – in quanto filosofia – parallelamente al comunismo centralizzato e, forse, a parziale compensazione delle ortodossie che questo sa ancora produrre nel terzo millennio in quel meraviglioso Paese. Un recente importante Plenum del Partito, con lo slogan “sicurezza culturale” ha stabilito l’invasione del resto del mondo con la propria millenaria cultura, per non farsi schiacciare dalla cultura occidentale.  Così, a Pechino, i capi del Partito Comunista, e quindi dello Stato, hanno scoperto come il Dao De Jing (Tao Te Ching) di Lao-Zi (Lao Tze) abbia di nuovo la capacità di risvegliare coscienze, consapevolezze ed equilibri in tutte le direzioni, da quella sociale a quella ecologica, a quella alimentare. Ma l’opera di Lao-Zi non è nient’altro che una raccolta semplice e diretta di aforismi su Yi Jing, che il suo autore lasciò nelle mani di una guardia di confine prima di eclissarsi non si sa dove, si narra nel Vuoto.

Fu organizzato, nello Hunan (nella città di Hengyang, uno dei cinque luoghi sacri della Cina, miracolosamente scampato in parte alla Rivoluzione Culturale del Libretto Rosso) il primo Forum internazionale sul taoismo, con filosofi provenienti da tutti i paesi. Le conclusioni unanimi sono state che la crisi che affligge  il mondo, in questi anni, può essere meglio affrontata con il recupero collettivo di un’armonia e di un equilibrio, da tempo scomparsi. Il percorso per arrivare a stabilire un salutare ritorno all’antico è quello culturale caratteristico del Libro dei Mutamenti, Yi Jing, cui Lao-Zi si ispirò.

Yi Jing è la scaturigine prima del Taoismo, come si vede nel prospetto di Marcel Granet (Pensiero Cinese,Adelphi). Dunque i cinesi stanno recuperando l’antica sapienza dell’ultra millenario Libro dello Yin e dello Yang ed a noi non può fare altro che piacere. Infatti l’abbiamo scoperto molto prima delle attuali generazioni di cinesi, solo pochi dei quali lo conoscono come Zhou Yi, il Libro della Dinastia degli Zhou.

 

Quando nel 1937, nel  celebre articolo “Della Pratica”, Mao Zedong (Mao Tze Tung), spiegò ai cinesi e, in particolare, alle sue “guardie rosse” le intime relazioni dialettiche che uniscono la teoria e la pratica, non stava sciorinando farina del suo sacco, ma semplicemente riproponendo una idea antica in Cina e che era alla base della nascita del Yi Jing: la pratica arricchisce la teoria che, a sua volta, modifica la pratica. Il progresso di pratica e teoria è legato a doppio filo: ecco come! Le idee di polarità espresse attraverso lo yin-yang nel trattato del Libro non calano dal cielo, ma sono il frutto della grande elaborazione filosofica, sociale e psicologica che informa tutta l’opera che parla del Cambiamento come unica legge fissa. Tutto muta tranne la legge che tutto muta.

Ma Mao Zedong, tranne che per un paio di anni d’eccezione, aveva vietato la circolazione e la consultazione del Yi Jing: ne aveva paura? Temeva di esserne detronizzato. Eppure il grande Libro dello Yin-Yang era stato salvato già una volta nell’anno 213, quando l’ imperatore Qin Shi Huangdi dette l’ordine di bruciare tutti i libri e di seppellire vivi tutti gli intellettuali che si fossero ribellati a quel terribile disposto. Fu un autodafé che comprendeva  i libri  che trattavano di morale, storia e politica. Furono risparmiati solo manuali d’agricoltura, di medicina e di “divinazione”. Fu solo grazie a questo “titolo” di manuale divinatorio che Yi Jing passò indenne attraverso quel rogo.

Oggi, coloro che fanno ricorso al Yi Jing, in quanto testo di “saggezza attiva“, sono tantissimi ed aumentano sempre più: vogliono affrontare problemi e situazioni della vita personale, affettiva, professionale, sociale, conoscendo di più di quanto non si posi sotto il loro sguardo. Vogliono sapere e prendere consapevolezza di tutto il sommerso di emozioni, legami, sentimenti, persone, implicazioni, che la situazione – con cui sono alle prese – cela. Yi Jing resta tuttora un’opera modernissima da consultare, soprattutto per noi occidentali quando cerchiamo di coniugare i due differenti approcci alla vita, occidentale-orientale, per affrontare i cambiamenti, usandolo come manuale personale di self help e anche come base per la consulenza filosofica e strategica.

Paradossalmente Yi Jing può pure essere designato come un libro di profezie, ma non certamente per il fatto di prevedere in anticipo quel che succederà, ma soltanto perché coglie e racconta le condizioni attualissime, in presenza delle quali, ciò che capiterà non poteva non capitare.

 

 

Pratico e studio il Libro dei Mutamenti dal 1985, anno in cui uno psicologo, analista junghiano, me lo mise in mano per accompagnare meglio il lavoro che avremmo fatto insieme da quel momento. Mi segnalò la straordinaria efficacia dello strumento di antica saggezza cinese, per orientarsi nella vita interiore e quindi esteriore: come dice Goethe, was ist drinnen ist aussen, ciò che è dentro è fuori. Egli mi rivelò, nello stesso tempo, che non aveva strumenti sufficienti per insegnarmi un sistematico metodo di consultazione: lo utilizzava per sé, ma in modo maccheronico e intuitivo. E’ facile imparare la tecnica di lancio delle monetine e di ricerca dell’esagramma che ne risulta, ma diventa realmente complessa, a quel punto, una mappatura esauriente della risposta.

 

Da allora ho conosciuto tanta gente che possiede, per una qualche ragione, l’antico testo cinese senza saperlo (o volerlo?) usare efficacemente, accontentandosi di archiviarlo nella libreria oppure ritenendo sufficienti soltanto scarsi elementi di base per compulsarlo e accedere a una lettura generica del responso. Non mi accontentavo di poche nozioni da principiante. Compresi immediatamente che mi sarei dedicato con passione a raccogliere istruzioni e insegnamenti più ricchi e meno comuni e superficiali. Dunque, niente cineserie alla moda, niente guru, niente lettura del futuro ma molta introspezione, un approccio psicologico e filosofico moderno e il mondo affascinante dell’anima che improvvisamente mi si dischiudeva divenendo meno oscuro.

 

Fu così che – in quello stesso anno – mi recai a Parigi presso chi, per me e non solo, era e resta uno dei migliori studiosi e divulgatori del testo di saggezza cinese: Pierre Faure. Fu l’inizio di un lungo sodalizio, anche amicale, e di un apprendimento che dura tuttora: ambedue procediamo nella materia sterminata, senza che mai l’allievo ambisca a raggiungere il proprio maestro, il quale è tanto più avanti nell’interminabile via e ti può raccontare il pezzo di percorso che lo separa da te. Entriamo a far parte di una processualità quando avviamo un rapporto con il Libro e, perciò, non c’è un punto d’arrivo, non esistono esperti, siamo tutti principianti, e intermedi dal momento in cui prendiamo I Ching in mano per aprirlo la prima volta.

 

 

Vi invito a frequentare i miei prossimi seminari strutturati e gruppi di condivisione per apprendere gli otto punti del metodo di consultazione del Yi Jing.

Ne resterete davvero soddisfatti.

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