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Ohsawa vs JUNG e le sette condizioni: il Sonno Profondo e il valore del Sogno.

 

Ohsawa e il Sogno. Le sette condizioni della salute e della felicità, secondo il padre della macrobiotica moderna, vedono al 3 posto il sonno profondo. George Ohsawa sostiene nel suo “Lo Zen Macrobiotico” (malamente tradotto in italiano per Astrolabio, tanti anni fa, con La Dieta Macrobiotica) che un indicatore importante dello stare in salute è quello di dormire non più di sei ore per notte e di non avere sogni: altrimenti non si tratterebbe di un sonno perfetto.

La mia esperienza è stata molto diversa da quella preconizzata dallo  scienziato  giapponese. I miei sogni, analizzati ed auto-analizzati, mi hanno dato un aiuto davvero sostanziale nella vita, precedente e susseguente alla pratica di una cucina e di un'alimentazione per la salute, basata sui principi macrobiotici.

I had a dream.

Titolo del sogno: il maestro suggerisce … e adesso sospingiti ancora più avanti!

Camminavo per strada, sul marciapiede, in gruppo con altri, letteralmente “intruppato”, quando una donna si avvicina da dietro le mie spalle. Mi spinge energicamente con tutt’e due le mani appoggiate sulla parte alta della mia schiena. In questo modo mi provoca un consistente balzo in avanti che mi fa avanzare tanto da uscire dal gruppo e raggiungere la posizione di testa. Non solo di testa, ma molto più avanzata di svariati metri rispetto a quella di ogni altro componente del gruppo. La donna, insieme alla spinta, mi parla e mi comunica che “si tratta di un esercizio suggeritole per me dal Maestro”. omissis

Diedrica- Gediminas Pranckevicius

Ho cominciato a trascrivere ed apprezzare l’aiuto dei sogni dopo aver iniziato un percorso di analisi. Ma, non di sola psicoanalisi …! Infatti, dopo aver cambiato anche il mio modello alimentare, ho scritto un libro per magnificare i grandi benefici che i principi della macrobiotica hanno apportato alla mia salute, con un aiuto non meno importante di quello della psicoterapia, e che Alexander Lowen sintetizza magnificamente con le seguenti parole:

La nostra cultura non ci ha reso né più sani né più felici, e comunque se fosse possibile cambiare profondamente le persone con le parole, lo farei senz’altro, ma ho visto che le parole non bastano a trasformare le persone. Se stai male, puoi parlare quanto vuoi, ma è il tuo corpo che dovrà cambiare. 

Non sono dunque d’accordo con “tutti gli psicologi del mondo” che credono di poter stare affianco ai loro pazienti solo con la parola. Il cibo ed il modello alimentare di chi soffre, a mio parere e per la  personale esperienza diretta, hanno grande influenza sul precario equilibrio di chi porta il suo dolore all’ascolto del terapeuta.

Allo stesso modo, e sempre in seguito al personalissimo vissuto, non mi sento d’accordo neanche con i tanti accaniti macrobiotici che sostengono che con il cibo e con la macrobiotica si possano affrontare in maniera esauriente tutti i disagi.

 

Aneddoto.

Mi è capitato tempo fa di conoscere, in un importante centro macrobiotico, una coppia di coniugi che vi si trovava perché uno dei due aveva subito un incidente stradale restando un poco offeso nel corpo e nell’espressione. Era stato consigliato ad entrambi di curare quel disagio – oltre che con le terapie “tradizionali” –  principalmente con la macrobiotica. Ma nessuno dei due ci credeva tanto, né la persona con il danno né il partner che l’accompagnava. Erano scandalizzati da quel cibo. Ma si sentivano in obbligo di rassegnarsi – obtorto collo – al nuovo mangiare, per loro (carnivori perduti…) terribile e senza sapore. Il partner “sano” mi volle parlare e mi vennero così  a trovare a casa, per saperne di più su come rendere quella cucina, che oggi io adoro e pratico prevalentemente, meno terribile. Notai che il partner “offeso” aveva, giustamente come chiunque al suo posto, una grande “incazzatura” addosso per la vicenda occorsagli, che lo divorava e che era acuita dal fatto di essere – in aggiunta al suo incidente – punito pure con quel mangiare lì: voleva mangiare carne, tanta carne, tutti i giorni, a pranzo e a cena con salumi e formaggi. I macrobiotici con cui la coppia era venuta in contatto invece continuavano a predicare di evitare quei prodotti di origine animale, come prima cosa, per ridurre il tasso di aggressività, peraltro molto naturale e sacrosanta, che l'”offeso” manifestava (soprattutto contro se stesso, aggiungo io).

Il colloquio che imbastirono con me, apparentemente di cibo e cucina, doveva invece a mio parere spostarsi su altri binari. Così segnalai al partner sano, il quale curava la spesa per far mangiare l’altro, di riprendere a mangiare carne e lasciar stare per ora la macrobiotica (cui peraltro non ci si avvicina così brutalmente, con no, divieti e altre limitazioni del genere), perché quell’assenza di carne, insieme a uova, insaccati e formaggi, nel menù del “malato” faceva molti più danni – a mio parere – che non la presenza consistente di essi. Mi spinsi ancora più oltre e suggerii alla coppia uno psicoterapeuta  adatto all’uopo, e che conosco bene, che poteva fare tantissimo “per quell’incazzatura”, anche perché adotta tecniche di lavoro sul corpo. Accolsero il suo numero di telefono da me e andarono via. Non ne ho più avuto notizie fino a qualche giorno fa, quando, per puro caso, ho saputo che la persona “offesa” aveva iniziato le sedute con quel psicoterapeuta e che, al contrario di tante altre iniziative analoghe che non sopportava e che aveva quindi fatto abortire, continuava invece quegli incontri e se ne vedevano i miglioramenti.

Ecco dunque, come ho imparato a valutare  le mie esperienze nel trasmetterle ad altri. Nel caso descritto, ho sconsigliato la macrobiotica e segnalato la possibilità di un intervento psicoterapeutico e di lavoro sul corpo!!!

Il cibo è medicina. La parola è medicina. Il lavoro sul corpo è medicina.

Anche il sogno è medicina, con buona pace di Ohsawa.

Jung

In Ricordi, sogni, riflessioni, Jung racconta che era un buon sognatore, che ricordava, trascriveva ed esaminava i suoi sogni significativi e profondamente simbolici: per lui rappresentavano l’essenza della sua vita. Usava un quaderno apposito ove trascriveva ogni sogno accuratamente aggiungendovi anche disegni e illustrazioni di suo pugno.

Jung scrive che le sole vicende della sua vita che gli sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali “il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte”. Egli era convinto che senza una risposta e una soluzione dall’interno, le vicende e le complicazioni della vita, alla fin fine, significano poco. Jung non interpretava i suoi sogni ma se li portava dentro vivendo intimamente con loro e ponendogli persino dei quesiti, creava una rete sempre  più fitta di idee intorno al sogno. Chiamò questo modo di intrecciare esperienze, idee e sogno: “amplificazione” un arricchimento interpretativo fatto di connessioni. Jung, a differenza di Freud, non ha mai creato una teoria dei sogni, perché per lui il significato di ogni singolo sogno deve essere decifrato ex novo e sempre in rapporto al singolo sognatore.

Jung trovava particolarmente difficile interpretare i propri sogni: una volta disse alla sua allieva Marie-Louise Von Franz “Lei è proprio fortunata! Io non ho uno Jung che mi interpreti i miei sogni!” Quando faceva qualche sogno importante su una persona del suo ambiente, glielo raccontava quasi sempre, spesso senza interpretarlo: l’altro poteva, così, chiedersi se la cosa lo riguardava oppure no. Esaminando un sogno, per Jung, è  importante socchiudere gli occhi per lasciare spazio anche ad intuito e sentimento e, last but not least, ad un certo senso dell’umorismo, perché “l’inconscio certe volte è in vena di scherzi”. Quando Jung, attraverso un sogno, capiva che cosa voleva da lui l’inconscio, “ubbidiva immediatamente”. Il sogno per lui è uno degli strumenti migliori per risolvere problemi psichici e disorientamenti interiori.

mercato di...

Cosa se ne può concludere, da tutto ciò, rispetto a quanto Ohsawa scrive circa il “non sognare” come condizione ed indicatore di salute e felicità?

 

A voi le conclusioni!

 

 

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2 Comments

  • rocco

    1 Febbraio 2017 at 18:46

    1) Io credo che non si tratti di stare a fianco al paziente con la sola parola: se si fa della buona psicoterapia, se l’inconscio diventa conscio ovvero se il percorso è valido, al cibo si può delegare il 20%. Il problema è trovare persone alle quali affidarsi e ce ne sono pochissime !!! A mio parere quando al cibo si delega una percentuale superiore al 20% significa che il “percorso prsicoterapeutico” ed il lavoro sul corpo non hanno portato risultati soddisfacenti, non si è trovato un valido supporto: molti si improvvisano, altri non hanno risolto i loro di problemi, altri ancora credono di essere depositari di verità assolute, e poi per quanto riguarda praticare il lavoro sul corpo “bisogna essere orientali” per avere una marcia in più …
    2) Capire con i sogni cosa vuole l’inconscio ?! Ma bisogna seguire l’Inconscio?!! O farlo diventare conscio per essere più liberi …
    3) Mettere in dubbio Ohsawa?! Qualcuno sostiene che morì per l’uso eccessivo di sale utilizzato per yanghizzare i cibi …
    4) UPM secondo me vende i migliori e più SICURI prodotti e non importa più dal Giappone dopo Fukushima; ora ha lanciato del kuzu (unico che compro) peraltro carissimo. Ma non condivido la loro proposta dei dolci con zucchero e non con malto: lo zucchero yinnizza lo stress che è yang??!!! bah

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    • Andrea Biggio

      5 Febbraio 2017 at 21:16

      Rocco carissimo, che contento che sono di leggerti con le tue riflessioni.
      Il discorso sulla psicoterapia e il cibo e le altre procedure “di vitalità” mi appassiona molto.
      Le percentuali mi astengo dal formularle anche perché in alcuni momenti della vita, e non in altri, le scelte possono impegnarsi diversamente. Per me, come ho già scritto, esiste una strada principale e strade laterali, ma tutte hanno diritto di cittadinanza anche contemporanea. Al punto 2) stai parlando della famose espressione di Freud? Dove prima era l’ES adesso c’è l’IO. Mi sembra arduo trattarne sul blog e, forse, anche a parole, eh eh eh. 3) anche di René Levi gli “addetti ai lavori” hanno detto così… mah! E un poco di mistero nella vita non ce lo vogliamo lasciare??? 4) sono d’accordo con te sull’altissima qualità di quei prodotti.

      Rispondi

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