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Sincronicità e serendipità in macrobiotica.

 

 

… non si senta sola: capita a coloro che si muovono nella vita come il personaggio principale di ogni racconto o romanzo di Herman Hesse: der suchende, colui che cerca.

 

 

Gentile dottor Biggio, Le scrivo dopo essere

capitata sul suo blog per puro caso. In realtà non mi interesso di macrobiotica

e cucina vegana, anche se credo che il discorso alimentazione sia un fattore fondamentale

ai fini del benessere e della salute, tuttavia credo nel concetto di

serendipità e nelle “fortunate coincidenze”, come lei le chiama in uno dei suoi

articoli, e in effetti sono venuta a capitare proprio sul post inerente la

salutogenesi durante un periodo di “squilibrio” personale, chiamiamolo così.

Vengo subito al dunque: nella descrizione del senso di coerenza e delle sue

componenti, ho immediatamente ritrovato intuizioni che non sarei mai riuscita a

mettere nero su bianco altrettanto bene, ma su cui da sempre rifletto nei

periodi in cui non mi sento in perfetta forma. Mi spiego meglio: quando mi

capita di passare lunghi periodi costellati da svariati piccoli disturbi che

non sarebbero di per sé fastidiosissimi ma che lo diventano appunto a causa del

loro prolungarsi nel tempo, la cosa che mi infastidisce maggiormente è proprio

il fatto di non riuscire a ricollegarli ad una causa e di conseguenza non avere

la minima idea di come agire (o non agire) per farli passare; della serie, se so

che il tale alimento mi fa venire il mal di pancia posso decidere di non

mangiarlo, ma se invece non conosco il motivo del mio mal di pancia non posso

intervenire in alcun modo, di conseguenza mi sento impotente. Trovo che questa

sensazione sia resa benissimo dalla frase sull’intelligibilità “le esperienze

esteriori ed interiori non vengono percepite in maniera ordinata e spiegabile”,

così come la successiva sensazione di sfiducia che ne consegue, che mi fa

dubitare di riuscire a tornare un giorno a stare BENE, mi sembra del tutto

collegata alla trattabilità, cioè alla convinzione o meno dell’individuo che le

difficoltà possano essere risolte. Ho dei dubbi sulla sensatezza ma in effetti

considerando il tutto da un punto di vista olistico il discorso diventa

abbastanza chiaro. In conclusione il motivo della mia e-mail è questo:

considerando che sono contenta di aver letto la teoria della salutogenesi perché

mi ha permesso di dare un senso e una forma più chiara alle sensazioni appena

descritte, esiste poi un sistema che permette di agire su di esse? In altre

parole, pensare che la condizione di non-salute possa derivare da una “scarsità

di risorse generali di resistenza” in termini di intelligibilità e trattabilità

mi sembra un buon punto di partenza, ma quale potrebbe essere il passo successivo

per riuscire a invertire la rotta? Ovviamente non pretendo affatto delle

risposte o un consulto e può anche darsi che io abbia frainteso il senso dell’articolo

scrivendo solo una sequela di sciocchezze, tuttavia volevo condividere con lei

il mio spunto di riflessione derivato dall’aver sentito parlare per la prima

volta di questa teoria dopo anni che concetti affini si affacciavano alla mia

mente pur se in maniera incompleta e nebulosa. Grazie per l’attenzione.

V.

 

Lettera-sul-Cibo-a-Galimberti

 

Gentile A., se lei ha scritto una sequela di sciocchezze – come teme – allora anche questo blog è una sequela di sciocchezze. Perché? Per il fatto che i suoi dubbi e il suo viaggio tra i “concetti affini che si affacciano alla mente in maniera incompleta e nebulosa” è anche il mio, la mia esperienza, il mio “squilibrio personale”, i miei sensi di impotenza di fronte allo straordinario manifestarsi dello “sconosciuto” che alberga in noi. Ciò ha consentito dunque anche a me di cogliere, nel momento dell’arrivo della sua lettera, un senso di sincronicità, di una “fortunata coincidenza”, iscritta in un ampio contesto di serendipità: i miei dubbi e le mie esitazioni che spesso manifesto li ho sentiti più vicini e gli ho voluto più bene. Adesso le propongo un mio streep tease culturale e, per renderlo bene, prendo in prestito sue parole: quando mi capita di passare lunghi periodi costellati da svariati piccoli disturbi che non sarebbero di per sé fastidiosissimi ma che lo diventano appunto a causa del loro prolungarsi nel tempo, la cosa che mi infastidisce maggiormente è proprio il fatto di non riuscire a ricollegarli ad una causa e di conseguenza non avere la minima idea di come agire (o non agire) per farli passare! Sottoscrivo parola per parola quanto da lei scritto. Proprio così mi è capitato … di recente … non si senta sola: capita a coloro che si muovono nella vita come il personaggio principale di ogni racconto o romanzo di Herman Hesse: der suchende, colui che cerca. Con il tempo sto apprendendo la difficile arte della pazienza e dell’imperfezione, accetto che alcuni interrogativi e domande  restino senza risposta a breve termine (anche perché spesso la risposta è la malattia della domanda) e confido nei tempi più dilatati dell’esistenza, che tante volte riesce a rendere patenti i tasselli mancanti. La salutogenesi me la vivo come un work in progress, come una direzione  verso lo star bene e non come la destinazione dello star bene: non voglio traguardi, preferisco restare su un percorso senza arrivi.

Mi scrive: se so che il tale alimento mi fa venire il mal di pancia posso decidere di non mangiarlo, ma se invece non conosco il motivo del mio mal di pancia non posso intervenire in alcun modo, di conseguenza mi sento impotente. A me, invece, è capitato con il tempo di acquisire una certa dimestichezza con “gli effetti del cibo” che mangio. Per me non ci sono più, come era un tempo, singoli alimenti che “fanno venire il mal di pancia”, perché è al “modello alimentare” che si adotta che bisogna guardare. Quindi, a ciò che costituisce la base di quanto mettiamo a tavola (per esempio cereali+verdure+legumi) e a ciò che invece – in termini di cibo – rappresenta l’infrequenza, l’occasionalità, la periodicità. Se si abbraccia un modello alimentare valido diviene più facile scoprire la causa di quel mal di pancia. Se poi, ci si rende conto addirittura, che il cibo non è tutto ma conta anche lo stile di vita, contano le emozioni ed i sentimenti, e tanto altro ancora (come ho scritto al Prof.Galimberti) allora ci si rende conto che il “fronte” si allarga non comprendendo più solo l’alimentazione. Che il “fronte” si estenda è però un bene, come sosteneva Ohsawa: più largo è il fronte più largo è il retro.

A questo punto possiamo ritornare all’incipit della sua lettera, quando scrive che in realtà non mi interesso di macrobiotica e cucina vegana, anche se credo che il discorso alimentazione sia un fattore fondamentale ai fini del benessere e della salute. Se lei crede – come io credo – che l’alimentazione sia un fattore fondamentale, anzi un co-fattore, perché non mi fa cenno al suo “modello alimentare” anziché limitarsi a segnalare ciò di cui “si disinteressa”? Cioè macrobiotica e  veganismo. Forse che si possano annidare, in queste precisazioni mancate sulla sua maniera di alimentarsi, alcuni elementi che le impediscono poi di avvicinarsi maggiormente ad una “intimità” con gli effetti che il cibo genera in lei? La chiamo maggiore intimità, perché è vero che con il tempo ho acquisito una soddisfacente dimestichezza nel frequentare i nessi che collegano alcuni disturbi a quello che ho mangiato in maniera più o meno dissonante rispetto al modello alimentare adottato nella mia famiglia. Per concludere, anche con un sorriso: forse “il passo successivo per invertire la rotta” potrebbe essere  quello di ben qualificare il modello alimentare cui rivolgersi in via prioritaria, oltre allo stile di vita, per conoscere meglio gli effetti che il cibo genera in noi?

 

in treatment amy ryan

in treatment amy ryan

 

 

 

La stimolo ad indagare il senso

del suo incontro con il mio blog:

la sincronicità è un atto creativo!

 

 

 

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